Torre del Campanone a Pontremoli

Torre del Campanone, come dicono i pontremolesi: “il Campanon”, è il simbolo di Pontremoli.

torre del campanone a Pontremoli

Ed è comprensibile che sia così: il Campanon infatti non solo campeggia nello spazio contiguo alle due piazze principali del centro storico ma, di per sé stesso, è intriso dalla storia di questa città.

Nel 1322 infatti, quelle che oggi si chiamano rispettivamente piazza della Repubblica e Piazza del Duomo, non esistevano.

Lo spazio ora occupato dalle stesse era solo una sorta di terra di nessuno, che poche famiglie, indotte più dalla miseria che dal coraggio, avevano avuto la temerarietà di occupare, realizzando qualche misera casa, costruita ai suoi margini.

Guelfi e Ghibellini a Pontremoli

Questa zona separava infatti due borghi i cui animosi abitanti, divisi da una diversa appartenenza politica, non esitavano ad affrontarsi armati di ciò che, occasionalmente, poteva essere utile ad infliggere danni all’avversario: pugnali ma anche zappe, roncole e robusti randelli.

In quel periodo la Toscana, anche per la sua posizione strategica, era al centro di questa contesa dove gli schieramenti si componevano in alleanze non sempre solide, destinate a comporsi e ricomporsi disinvoltamente, in funzione degli interessi dei vari signori.

Infatti, come ancora oggi avviene, le bandiere ideali ed ideologiche nascondevano sovente meno nobili interessi ed erano utili a motivare una plebe, anche già a quel tempo disponibile a lasciarsi utilizzare dal demagogo di turno.

In questo clima di endemico disordine poi non mancavano le occasioni per regolare conti che poco avevano a che vedere con le ragioni del papa o con quelle dell’imperatore.

Fatto sta che la gravità degli scontri ricorrenti, durante i quali non di rado rimanevano vittime sul terreno, indusse il libero comune di Pontremoli a non opporre resistenza quando, nel 1320, l’imperatore Federico III d’Asburgo nominò, in qualità di suo vicario per la Lunigiana, Castruccio Castracani degli Antelminelli.

Un uomo d’armi che aveva saputo farsi apprezzare in più occasioni e che aveva rivestito un ruolo di primo piano nella sconfitta della fazione Guelfa a Lucca, riconducendo questa città nell’alveo di quelle fedeli all’imperatore.

Castruccio Castracani a Pontremoli

Castruccio Castracani, peraltro era uomo attivo, impegnato su più fronti fra i quali i non facili conflitti contro Firenze e Pistoia. Dopo una fugace apparizione in città, a sua volta nominò un vicario destinato ad occuparsi del governo di Pontremoli e, per tale ruolo, scelse ser Bavoso da Gubbio, un uomo più incline alla diplomazia che alle armi.

Questi, dotato di una raffinata capacità diplomatica, in breve riuscì a dissipare la diffidenza che i Guelfi provavano nei confronti di un governante scelto dal contrapposto fronte imperiale.

Il buon senso di ser Bavoso

Testimoniandosi uomo saggio, ser Bavoso coinvolse i capi di entrambe le fazioni facendole convergere in merito alla comune aspirazione di tutta la popolazione pontremolese: quella di poter condurre un’esistenza tranquilla.

Constatato il lascito rancoroso derivante da un troppo recente passato costellato di ferimenti ed assassinii tutti convennero che, in assenza di una irenica pacificazione, la cosa più utile da farsi fosse quella di separare fisicamente le due fazioni.

In quella che fino ad allora aveva rappresentato una separazione virtuale, soggetta a ricorrenti sconfinamenti, ne venne realizzata una fisica ben più robusta.

La cortina di Cacciaguerra

Le poche case, esistenti vennero abbattute e con le pietre recuperate, cui se ne aggiunsero molte altre estratte dalle circostanti cave di arenaria, venne realizzata quella che già nel nome rendeva chiara la sua funzione: la “cortina di Cacciaguerra”.

Quest’ultima aveva nel fiume Verde e nel fiume magra i suoi confini naturali, presidiati ciascuno da una torre. Un’altra torre, più elevata, dotata di campana utile a dare l’allarme in caso di disordini, era poi al centro dello spazio che divideva le altre due.

Le tre torri erano inoltre collegate attraverso un robusto muro al culmine del quale era presente un camminamento sul quale si muovevano gli uomini della ronda.

Il muro, delimitato da fossati con ponte levatoio da ambo le parti, disponeva poi solo di un’apertura di dimensioni così limitate da consentire il passaggio di una sola persona alla volta e dotata di una robusta porta in ferro.

Un efficace sistema teso a scoraggiare anche le teste calde meno arrendevoli, presenti in ognuna delle due fazioni.

Infatti se qualcuno provocatoriamente avessero avuto in animo di avventurarsi in campo avverso, sarebbe stato sufficiente chiudergli la porta alle spalle per fargli rimpiangere una tale avventata iniziativa.

Oggi, la torre che presidiava il fiume Verde è stata abbattuta e parte di due lati della sua muratura rimangono ancora visibili nei sotterranei del palazzo vescovile.

L’altra torre, quella posizionata sulla sponda del fiume Magra, è stata invece riadattata ed ora è il campanile del duomo di Pontremoli.

La torre del Campanone

Diversa sorte è invece toccata alla torre centrale, quella che oggi è identificata come la torre del campanone. Rialzata, nel 1578 con lavori ultimati nel 1611, è stata dotata di una vera e propria cella campanaria con quattro aperture a tutto sesto.

Quest’ultima poi venne sormontata da un cupolotto che, sia pur realizzato con materiali meno nobili, lascia trasparire un desiderio di riprendere stilisticamente quanto realizzato dal Sansovino nel 1527, quando arricchì la chiesa della Ss. Annunziata di quel prezioso tempietto che tutt’oggi desta meraviglia.

Forse proprio la copertura in lastre di piombo sovrastante il cupolotto, nel 1642 , attrasse un fulmine che colpì il campanone, attraversandolo, fortunatamente senza danni.

I pontremolesi, popolazione particolarmente devota, considerarono quasi miracoloso il fatto che tale evento avesse lasciata indenne la struttura che mostrava solo due piccole fenditure su lati contrapposti, indicanti i punti di entrata ed uscita della folgore.

Ancora una volta gli abitanti della città si divisero in varie fazioni ognuna delle quali sostenente un diverso celeste protettore a cui attribuire un intervento provvidenziale esercitato nel salvataggio della torre del campanone.

Infine le opzioni si ridussero a due: San Francesco e la Madonna. A questo punto divenne facile trovare un reciprocamente soddisfacente compromesso: il foro di entrata venne trasformato in una nicchia dove fu collocata la statua della Madonna e cosa analoga avvenne per il foro di uscita ma quest’ultimo venne dedicato ad ospitare la statua di San Francesco.

Da battaglieri Liguri Apuani a popolo sereno e pacifico

La storia di un popolo battagliero, che, a partire dai progenitori Liguri Apuani, si era mostrato nel tempo sempre incline ad imbracciare le armi, trovò poi la sua simbolica conclusione nel 1790 ed, in tale circostanza, ancora un ruolo da protagonista lo svolse ancora il campanone.

Infatti in tale data il granduca di Toscana, Pietro Leopoldo, decise di far rimuovere l’ultimo cannone presente sulle mura del castello del Piagnaro.

Quasi a certificare il passaggio, da una comunità bellicosa ad una dedita al lavoro dei campi, al commercio ed alla piacevolezza del vivere pacifico, il cannone venne fuso e trasformato nelle nuove campane della torre.

Quelle che tutt’oggi, con i loro rintocchi, scandiscono la tranquilla vita di quanti hanno la fortuna di trovarsi in questa bella e accogliente cittadina.

Translate »